lunedì 10 ottobre 2011

Lascito d’amore

L’uomo insegue il bello, lo cerca, lo adora,
sublime voluttà e irrefrenabile desiderio.
Annega nel piacere
l’impeto funesto della giovinezza,
che i sensi irretiti non comprendono.
Dov’ è la gioia ?
Vola lo spirito e si eleva su alte vette
libero da sensazioni maculate.
Dov’è Dio?
Nel tutto bello, nel tutto buono,
nel sommo e immenso miracolo d’amore.

di Pier Vincenzo Rosiello






martedì 4 ottobre 2011

Un sindacato mondiale per la difesa del lavoratore nella società globalizzata

In una società globalizzata come la nostra, in cui emergono nuove civiltà con diverse strutture politiche e modelli culturali, il mondo sindacale ha il dovere morale di spostare  la difesa dei diritti dei lavoratori a un livello più alto, costituendo organismi sovranazionali capaci di diffondere la cultura del lavoro. Questo significa difendere il nostro passato per farne un baluardo di speranza per il futuro. Non si può più tollerare che i lavoratori siano sfruttati in Cina o in altri Paesi, che polarizzano la ricchezza nelle mani di pochi lasciando nella miseria e nel precariato i più.  Assistere inerti allo sfruttamento del lavoratore, in qualunque parte del mondo questo avvenga, indebolisce automaticamente i diritti dei nostri lavoratori esposti all’attacco del mercato soggetto solo alle regole della concorrenza e della produttività, senza riguardo alcuno per le condizioni del personale.
Un esempio di questi effetti disastrosi della globalizzazione è la catena di discount Lidl, che ha avuto successo in tutta Europa sfruttando gli impiegati costretti a lavorare, inizialmente fino a 45 ore a settimana, e poi, di mese in mese, fino a picchi di 16 ore giornaliere. È quanto è denunciato dal sindacato tedesco Ver.di nel Libro nero della Lidl Europa (Schwarz-Buch Lidl Europa) pubblicato nel giugno del 2006, che tratta delle pratiche di questa fantomatica impresa in Polonia e altri paesi europei. Quanto detto vale anche per la catena di grandi magazzini Kaufland, sempre di proprietà del gruppo imprenditoriale di Dieter Schwarz, proprietario dei discount Lidl.
Costi del personale contenuti, personale sottoposto ad orari di lavoro straordinari considerati però come ordinari e ostacoli alle rappresentanze sindacali: questo il modello che l’azienda dalla Germania intende esportare in tutta Europa. Ma neanche la Lidl può eludere le leggi nazionali sui diritti dei lavoratori. E così in Scandinavia l’azienda ha dovuto retrocedere davanti alle leggi sulle rappresentanze sindacali e alle condizioni lavorative, sfruttando, però, ogni lacuna legislativa per abbassare le tutele dei lavoratori. L’indagine del libro mostra come sia necessario lottare per uno standard comune dei diritti sociali.
Ci hanno insegnato che il lavoro è uno strumento per la realizzazione della persona umana, ma questa idea è destinata fatalmente ad infrangersi sulla dura roccia del capitalismo sfrenato che porta gli imprenditori a macinare sempre più ricchezze spesso ricorrendo ai licenziamenti di massa, al lavoro flessibile (che si traduce poi in un precariato permanente), alle forme più diverse di contratti a tutto svantaggio della dignità umana di chi presta il proprio lavoro, sempre più avvilito, umiliato e incapace di proiettarsi nel futuro.
Ci si sposa di meno, si hanno meno figli: questo è un attacco non solo ai lavoratori ma proprio alle fondamenta stesse della società civile. Come si può uscire da questo? Non c’è una medicina. Certamente per la difesa di questi diritti occorre progettare azioni combinate che coinvolgano più soggetti nazionali e non, allo scopo di diffondere quel senso di giustizia radicato nella nostra civiltà, madre del diritto nato proprio come strumento di pacificazione dei popoli e realizzazione del principio di equità.
In verità esistono degli organismi sindacali a livello mondiale nati per difendere i diritti dei lavoratori, ma meriterebbero di svolgere un ruolo più incisivo e decisivo sul tessuto sociale internazionale con negoziazioni e contrattazioni valide erga omnes:
la International Trade Unions Confederation (ITUC) - Confederazione Internazionale dei Sindacati (CIS) – nata nel novembre 2006 dalla fusione della Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi (CISL Internazionale, in inglese ICFTU - International Confederation of Free Trade Unions) e della CML (Confederazione Mondiale del Lavoro, in francese CMT - Confédération Mondiale du Travail) – raggruppa 301 organizzazioni affiliate in 151 Paesi per un totale di 176 milioni di lavoratori;
la FSM - Federazione Sindacale Mondiale, con 80 milioni di iscritti in tutto il mondo e 200 organizzazioni associate, fondata a Parigi il 3 ottobre del 1945 e componente di diverse commissioni nell’ambito delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro, dell’UNESCO e della FAO;
le Federazioni Sindacali Globali, o Global Unions, organismi autonomi che rappresentano una sorta di “categorie professionali”, associate della CISL Internazionale.
la CES (Confederazione Europea dei Sindacati, sigla internazionale ETUC - European Trade Union Confederation) fondata nel 1973, che rappresenta 83 organizzazioni sindacali di 36 Paesi europei;
la CESI (Confédération Européenne des Syndicats Indépendants), creata il 27 aprile 1990, sempre a Bruxelles, che rappresenta una serie di sindacati autonomi;
l’Eurofedop, la Federazione Europea dei dipendenti nei servizi pubblici, legata alla Confederazione cristiana CML;
la Federazione Sindacale Europea dei Servizi Pubblici (FSESP, sigla inglese EPSU - European Federation of Public Service Unions) fondata a Vienna nel maggio del 1996 dalle categorie delle centrali sindacali che aderiscono alla CES.
Esiste anche una Conferenza Europea della Federazione Sindacale Mondiale, che quest’anno a ottobre ha affronta i temi della crisi economica mondiale, con le sue conseguenze sui lavoratori europei, nonché la creazione di una comune piattaforma per un’azione unitaria di risposta sia alla crisi che alle politiche dell’Unione Europea.
La strada è in salita e certamente non è facile dar vita a confederazioni sindacali così potenti a livello mondiale da costringere gli imprenditori e le economia a un’inversione di tendenza, che porti al centro il lavoratore con i suoi diritti ma questo è uno sforzo che vale la pena di compiere: ne va della sopravvivenza stessa del Sindacato.

di Pier Vincenzo Rosiello

sabato 1 ottobre 2011

La politica manichea fonte di ineusaribili contrasti e di insanabili divisioni

La  società italiana è dilaniata da quotidiani contrasti tra destra e sinistra; i due poli della politica nazionale, infatti, in luogo di collaborare sanciscono in nuce la loro divisione e lottano senza sosta tra di loro. Eppure destra e sinistra, lo sappiamo bene, in natura sono complementari, come le nostre due mani e i nostri due piedi. Immaginate se gli arti si ribellassero al corpo, cosicché quelli destri si muovessero in senso inverso a quelli sinistri, noi saremmo condannati a restare immobili, vittime di questa schizofrenica divisione interna. Fortunatamente la natura è ancora libera dalle false convinzioni e raggiunge da sé l’equilibrio; al contrario la società italiana è in stallo a causa dell’insanabile conflitto tra destra e sinistra, come qualche tempo fa tra il Papa e l’Imperatore e, comunque, sempre per la conquista del potere.  Oggi la lotta non è più tra diverse ideologie, non c’è la teoria del sole e della luna o quella dei due soli, ma quella tra leader e antileader, tra maggioranza e opposizione, tra luce e ombra, tra bene e male, insomma come ho già detto una politica manichea che porta alla divisione tra le parti e all’indebolimento del tessuto sociale. A questo si aggiunge la perdita da parte del popolo della sua sovranità nazionale, a causa del meccanismo europeo che sovrasta con le sue direttive finanche la nostra stessa Costituzione. Purtroppo, però, alla sovranità nazionale non subentra quella europea, non essendoci ancora un popolo e una civiltà europei. Siamo italiani, siamo europei, ma non siamo noi i padroni del nostro destino. La classe politica spesso tradisce il suo mandato fiduciario di rappresentanza e non domina ma subisce il destino segnato dai dictat dei mercati finanziari. I popoli si impoveriscono e perdono quello spazio di sicurezza, di libertà e di giustizia che solo può garantire una pacifica e proficua convivenza comune dentro e fuori i confini nazionali ed europei. C’è una soluzione a tutto questo? La democrazia partecipativa. In una società in cui lo spazio digitale ha dilatato i confini e abbattuto i tempi, realizzando così il sogno del villaggio globale, la partecipazione diretta del popolo è possibile ed è misurabile in tempo reale. Sta a noi realizzare l’agorà del terzo millennio, solo così potremmo dare vita a una nuova stagione democratica; chiaramente ci vogliono adeguati rappresentanti ma i meccanismi elettorali attualmente non garantiscono la libertà di scelta dell’elettorato, imponendogli una rosa di eletti tra cui esercitare il proprio diritto di voto. Il popolo ormai destinato alla globalità non può soggiacere agli spazi angusti del passato ma deve proiettarsi nel futuro con nuove forme di politica, una politica globale che affronti i problemi di concerto con gli altri Paesi. Il diritto del lavoro, per esempio, va difeso ormai globalmente, anche le associazioni sindacali non possono prescindere da questa nuova realtà per esercitare la loro funzione di difesa dei lavoratori con la lotta e la contrattazione. Allo stesso modo l’immigrazione e la sicurezza. Non si può più agire nell’ambito ristretto dei propri confini nazionali, se si vuole esercitare un’azione efficace occorre spalancare le porte su questa nuova agorà che riserva grossissime opportunità per superare i problemi e per costruire il progresso dell’umanità.

Pier Vincenzo Rosiello

domenica 25 settembre 2011

Diocesi di Sabina - Poggio Mirteto: insediamento del vescovo Mandara

Il nuovo vescovo della diocesi suburbicaria Sabina - Poggio Mirteto, Mons. Ernesto Mandara, si è insediato oggi nella cattedrale di Poggio Mirteto, dopo essere stato accolto dal sindaco del Comune sul sagrato della chiesa di San Rocco che domina la piazza comunale, salutato da trenta Carabinieri guidati da un ufficiale che gli hanno reso gli onori. 
Il vescovo, accompagnato dal Card. Giovanni Battista Re, titolare della Chiesa suburbicaria Sabina - Poggio Mirteto, dal Card. Agostino Vallini, vicario Generale di Sua Santità,  e da Mons. Lino Fumagalli, ora vescovo di Viterbo e suo predecessore nella direzione della diocesi sabina. Erano presenti il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il prefetto di Rieti, numerosi sindaci della Sabina e alcuni vescovi amici di Mons. Mandara, tra cui il vescovo di Albano, Mons. Marcello Semeraro.
Nel suo discorso pronunciato ai presenti, il nuovo vescovo di Sabina – Poggio Mirteto, ha manifestato la sua gioia nell’assolvere a questo compito affidatogli dal Santo Padre cominciando dalla conoscenza del territorio, in particolare di Poggio Mirteto dove ha sede la Cattedrale e la sua nuova residenza.
Un corteo preceduto dalla festosa banda dei garibaldini ha seguito il nuovo vescovo fin dentro la cattedrale, dove si è svolta la celebrazione solenne del suo insediamento.
Pier Vincenzo Rosiello

mercoledì 14 settembre 2011

L’unità sindacale: una manovra strategica a difesa dei diritti dei lavoratori

La crisi finanziaria, che sta interessando tutta l’euro-zona, richiede sacrifici soprattutto alle economie dei Paesi con più alto debito pubblico costringendoli a varare norme allo scopo di pareggiare il bilancio, pena la perdita di credibilità sui mercati, che, specie in questi ultimi anni, sono stati caratterizzati dal segno negativo. Una crisi globale questa che evidenzia l’aspetto più deteriore delle società occidentali la loro anima capitalistica e iper-produttiva regolata dalle spietate leggi della concorrenza in nome di una smisurata libertà incurante di schiacciare l’altro pur di salvare il proprio interesse. Siffatto consorzio umano assomiglia a una bestia apocalittica “bella e senz’anima”: dove sono finiti i valori che hanno reso grande la cultura occidentale? Dov’è l’humanitas e la pietas? Dove la justitia e la fides? Non si trova nessun Catone pronto a difendere il mos majorum? Nessun Mario, nessun Gracco pronto a lottare per il più debole? La classe politica ormai legifera e governa con lo sguardo rivolto in basso alla borsa e al portafoglio, incapace di protendersi verso alti ideali.
Si procede con slogan per impressionare gli elettori ed emozionare l’opinione pubblica in modo da spingerla nella direzione voluta. E il mondo dell’informazione è complice di questo turpe gioco, a volte dando inconsapevolmente la nota attesa agli speculatori finanziari. Non c’è dubbio la ricetta più semplice in tempi di crisi è tagliare il personale, ridurre i costi della manodopera calpestando i diritti dei lavoratori: il mercato globale vuole questo sacrificio,  chiede che sull’ara vengano immolate tante famiglie e date in pasto alla disperazione e alla miseria. I contratti di lavoro perdono quelle garanzie conquistate con i denti dai nostri padri. E noi assistiamo inermi? Quale magra eredità lasceremo ai nostri figli? Vogliamo davvero essere ricordati come una generazione imbelle? Se è vero che nel terzo millennio, epoca della globalizzazione, il diritto del lavoro è esposto a potenti attacchi tesi ad indebolirlo con il prevalere degli interessi aziendali sulla stessa dignità dei lavoratori, è pur vero che questa visione del mondo cozza con i principi fondamentali della nostra Costituzione, che fonda la stessa Repubblica sul lavoro.
I sindacati hanno un compito di vitale importanza in questo momento, devono combattere insieme uniti per difendere i diritti dei lavoratori, che è la loro stessa ragione d’essere, la loro mission, cioè quella di portare la giustizia nel mondo del lavoro (sindacato viene dalla parola greca syn dike ovvero con giustizia). Ma se come spesso accade prevalgono i protagonismi e le divisioni su questo disegno unitario allora il sindacato deve rassegnarsi a una inevitabile sconfitta, tradendo la propria vocazione in nome del proprio particulare.
Questo appello a ritrovare un’unità di intenti nelle azioni sindacali è l’unica medicina contro la disaffezione di tanti iscritti che non vedono più nel sindacato un paladino dei loro diritti ma un’organizzazione autoreferenziale che vuole conservare, così come i politici, i propri privilegi di casta.
Il fatto che con la nuova manovra finanziaria si sia giunti a sancire il licenziamento senza giusta causa – anche se la Camera ha impegnato il Governo con un ordine del giorno a valutare una revisione del tanto contestato articolo 8 – con l’accordo dei sindacati più rappresentativi, è percepito da alcuni lavoratori come un’arma di ricatto messa dal Governo nelle mani dei sindacati più forti per fare iscritti. Tutto questo è scandaloso. Ma è scandaloso anche che le sigle, così dette minori, non si uniscano, mettendo da parte i loro protagonismi personali, per gridare con una sola voce il loro dissenso.
E così mentre la Cgil, ormai divisa da Cisl e Uil, combatte da sola la sua battaglia ideologica e politica, il Governo ha mano facile per fare ciò che vuole, perché non si trova a combattere contro un mondo sindacale unito, ma attraversato da profonde divisioni, ovvero un soggetto debole e incapace di organizzare una difesa efficace.
I dipendenti pubblici sono così oggetto di una politica di tagli dissennati inferti senza colpo ferire sotto il vessillo della crisi e della lotta ai fannulloni.
Quanti dipendenti pubblici monoreddito e con il mutuo da pagare, che fanno il proprio lavoro ogni giorno, riusciranno a sbarcare il lunario con uno stipendio medio di 1.250 euro mensili? Mentre tanti politici prendono migliaia di euro d’indennità e di pensione?
Non voglio dare la risposta perché è lapalissiana. Penso che i politici dovrebbero farsi un bel esame di coscienza perché stanno caricando i lavoratori dipendenti, in primis quelli pubblici, di pesi che loro non toccano nemmeno con un dito.
Nel mondo della giustizia vi è poi la misura dell’accorpamento con la mobilità coatta del personale. Il sindacato dovrà chiedere urgentemente un tavolo di contrattazione perché non si possono prendere misure simili fuori dall’istituto della contrattazione con le parti interessate. 
PVR

                                                                      

sabato 11 giugno 2011

Mons. Ernesto Mandara nuovo vescovo della Diocesi Sabina - Poggio Mirteto

La decisione del Santo Padre dopo la nomina, sei mesi fa, di mons. Lino Fumagalli a vescovo di Viterbo

La festa di Pentecoste è arrivata e, come ogni anno, elargisce al popolo di Dio i doni dello Spirito Santo. Particolarmente grande è il dono ricevuto dalla comunità della diocesi suburbicaria di Sabina - Poggio Mirteto: monsignor Ernesto Mandara, originario di Positano, nato il 24 luglio 1952, fino ad oggi vescovo ausiliare della diocesi di Roma per il Settore Centro e direttore dell’Ufficio edilizia di culto, è il nuovo vescovo della Diocesi. Il Vescovo succede a monsignor Lino Fumagalli, nominato dal Santo Padre vescovo di Viterbo l’11 dicembre 2010.
La notizia della nomina pontificia, diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede, è stata data venerdì 10 giugno alle 12 in Vicariato dal Cardinale Vicario Agostino Vallini.

Arrivato a Roma diciottenne, mons. Mandara ha frequentato il Seminario Minore e il Seminario Maggiore, si è perfezionato presso la Pontificia Università Lateranense, la Gregoriana e l’Accademia Alfonsiana. È diventato sacerdote il 22 aprile 1978 per l’arcidiocesi di Amalfi – Cava de’ Tirreni. Il suo ordinario lo ha messo a disposizione dal 1979 al 1983 come assistente del Pontificio Seminario Romano Maggiore, di cui è stato nominato vice-rettore nel 1983. Ha ricoperto quest’ufficio fino al 1990, quando è diventato parroco di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, fino al 2002. Nominato il 10 aprile 1990 Cappellano di Sua Santità, nel 2004 è stato chiamato all’episcopato, divenendo titolare della sede di Torre di Mauritania e ausiliare della diocesi di Roma per il Settore Centro. Attualmente è membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena della Conferenza Episcopale Italiana.
«Sono convinto che farà molto bene», ha affermato il cardinale Vallini annunciandone la nomina davanti ai prefetti e ai parroci del Settore Centro, ai collaboratori religiosi e laici del Vicariato. Il Vicario Generale di Sua Santità ha sottolineato che «monsignor Mandara lascia un vuoto difficile da colmare». Il presule campano infatti, oltre che vescovo ausiliare, è dal 2002 direttore dell’Ufficio per l’edilizia di culto e segretario dell’Opera romana per la preservazione della fede e la provvista di nuove chiese presso il Vicariato di Roma.
Emozionato, il nuovo vescovo della diocesi di Sabina-Poggio Mirteto ha espresso la sua «profonda gratitudine» a quanti lo hanno accompagnato in questi anni romani. «Ogni volta che nella nostra vita si realizza un cambiamento - ha detto - facilmente si affacciano alla nostra mente e al nostro cuore preoccupazioni e nostalgie. Questi sentimenti sono ancora più forti se si è chiamati a lasciare realtà e, soprattutto, persone con le quali si è condiviso un lungo tratto di strada». Ma subito ha aggiunto: «Questi sentimenti, però, si superano quando ci si accorge che questo cambiamento non dipende da una scelta ma nasce da un mandato. Ho accolto allora con animo grato, con gioia e con assoluta disponibilità questa nuova missione che il Santo Padre Benedetto XVI mi ha voluto affidare».
A lui gli auguri per il suo nuovo incarico che sicuramente, con l’aiuto del Signore e della Beata Vergine Maria, saprà portare avanti in modo eccellente.
                                                                                                                        di Pier Vincenzo Rosiello

venerdì 3 giugno 2011

L’Ordine del SS. Salvatore di Santa Brigida compie cento anni

Dialogo, Ospitalità e Carità: un carisma che apre il futuro all’umanità
Il motivo principale di questo centenario è rendere grazie al Signore perché questa vigna da Lui piantata ha portato molti frutti alla Sua Chiesa e continua a produrne con la Sua grazia, inviando al nostro ordine buone e generose vocazioni”. Queste le parole che ha rivolto l’Abbadessa Generale, Madre Tekla Famiglietti, in occasione del convegno tenutosi venerdì 3 giugno a Roma nel Palazzo della Cancelleria Apostolica (Piazza della Cancelleria 1) per celebrare il centenario di fondazione dell’Ordine SS. Salvatore di Santa Brigida. La giornata di studi si è articolata con una serie di relazioni sul tema “Originalità e continuità dell’Ordine di Santa Brigida a cento anni dalla Fondazione (1911-2011). Brigida una donna europea”.
Tra le personalità intervenute: il Card. Walter Brandmuller che ha parlato di Roma e del Papato ai tempi di Santa Brigida; il Card. Angelo Amato, il quale si è soffermato sull’attualità del messaggio di pace e di dialogo trasmesso da Santa Brigida; Mons. Mario Russotto, che ha delineato il carisma della Beata Elisabetta Hesselblad; Padre Marko Rupnik con la sua relazione sulla Bibbia come codice culturale per l’Europa, Madre Elisa Famiglietti che ha parlato dell'espansione del carisma dell'ordine di Santa Brigida.
Ha moderato il convegno Mons. Dario E. Viganò, Preside dell’Istituto Redempor Hominis presso la Pontificia Università Lateranense, il quale ha spiegato il carisma dell’ordine basato sul dialogo, l’ospitalità e la carità, un carisma capace di trasformare il mondo in un luogo beato e fedele al Vangelo.
“A cent’anni dalla Fondazione dell’Ordine, Brigida si conferma – ha detto Mons. Viganò – non solo donna europea, ma globale”. Celebrare la Santa svedese per il Preside dell’Istituto Redempor Hominis significa “riflettere sulla nostra identità cristiana, perché l’attestazione e la conservazione delle radici non abdichi mai alla linfa vitale dell’evangelizzazione”.
L’Abbadessa Generale, Madre Tekla Famiglietti, ha evidenziato come l’ospitalità, l’accoglienza e la carità offerte dalle case dell’Ordine, presenti in diverse parti del mondo, sono testimonianza dell’amore misericordioso di Dio verso ogni uomo e l’anelito all’unità che Cristo ha lasciato ai suoi discepoli. Una presenza ecumenica che Madre Tekla ha detto essere particolarmente attenta alle nazioni del Nord-Europa, dove minore è la presenza dei cattolici ed è importante promuovere il dialogo con i fratelli di altre Confessioni cristiane.
“Quanto è bella la vita religiosa!”: ha esclamato nel suo discorso conclusivo l’Abbadessa Generale. “Noi gioiamo – ha continuato Madre Tekla – nel sentire parlare delle nostre madri fondatrici e insieme a voi vogliamo dire loro grazie per quello che hanno fatto e continuano a fare nella Chiesa del nostro tempo attraverso l’umile lavoro delle sorelle”. Ha, quindi, concluso: “Chiedo al Signore una cosa, quella di abitare nella Sua casa tutti i giorni della nostra vita insieme a tutte le religiose che si offrono in olocausto a Dio, perpetuando nel tempo quello che ha iniziato Santa Brigida e che ha continuato la beata Elisabetta Hesselblad”.

                                                                                                                Pier Vincenzo Rosiello