giovedì 15 aprile 2010

Pedofilia e omosessualità: il Card. Bertone non ha tutti i torti

Sui casi di pedofilia di alcuni sacerdoti legata alla omosessualità il Card. Bertone non sbaglia. Nella fattispecie si tratta di un rapporto omosessuale con minori, comune anche nell’antichità, basti pensare al Satiricon di Petronio Arbiter, in cui si parla, neppure troppo velatamente, dell’amore omosessuale tra Encolpio e il fanciullo Gitone conteso da Ascilto. Evidentemente nei periodi di crisi morale lo scadimento dei costumi porta ad alcune devianze della sessualità che non sono proprie del sacerdote ma comuni a molti uomini, omosessuali e non. Basti pensare all'imperatore Tiberio durante il suo soggiorno a Capri, secondo quanto ci dice Svetonio. Non penso che il Segretario di Stato volesse discriminare in alcun modo gli omosessuali o addossare loro crimini non commessi. Credo che si sia limitato a constatare il tipo di reato consumato dai preti pedofili che nasce evidentemente da un rapporto di tipo omosessuale. Personalmente penso che il sacerdote, in virtù della sua vita improntata alla castità, dovrebbe essere meno esposto a questo tipo di peccati - d’altronde i casi accertati sono ancora pochi - che, giustamente, la giustizia italiana annovera come delitti proprio allo scopo di tutelare i minori, che sono più deboli. Tra l’altro la loro sessualità non è ancora matura e pertanto hanno bisogna di maggiore tutela. Io sono contento,da cattolico praticante, che il Papa abbia assunto – sicuramente alla luce delle parole di Gesù che nel Vangelo condanna pesantemente chiunque scandalizzi i più piccoli – una linea dura nei confronti dei sacerdoti che si siano macchiati di simili nefandezze. Ma non trovo giusto amplificare i fatti arrivando quasi a organizzare, consapevolmente o inconsapevolmente, un attacco mediatico alla Chiesa e al Pontefice con gravi conseguenze per la loro immagine e offesa grave nei confronti dei credenti. Anche questa è violenza, tra l’altro ingiustificata dato che i vertici ecclesiastici sono determinati, anche senza flash e interviste a intervenire con provvedimenti radicali, come la riduzione allo stato laicale dei preti pedofili. Errare humanum est. Anche la Chiesa sbaglia e impara dai propri errori, ma su di Essa le forze del male non prevarranno perché la sua forza è Cristo misericordioso che rimette i peccati e converte i peccatori, cambiando loro il cuore e la mente.

Pier Vincenzo Rosiello

domenica 21 marzo 2010

Trentesimo del martirio di mons. Romeo, l'arcivescovo di San Salvador

A trenta anni dalla morte di mons. Oscar Arnulfo Romero, Arcivescovo di San Salvador, Liturgia Eucaristica presieduta dal card. C. Sepe - Roma, S. Maria in Trastevere, ore 18.30.

Sono passati trent’anni dalla morte di Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso sull’altare il 24 marzo del 1980, con un solo colpo di fucile, mentre celebrava la Messa.
La Comunità di Sant’Egidio è presente in Salvador da molti anni e ha raccolto da tempo la memoria di Mons. Romero. Quest’anno un suo giovane membro, William Quijano, è stato ucciso da una banda perché impegnato con la Comunità nel salvare i bambini e i giovani dalla violenza nel quartiere periferico di Apopa.
Nel clima della Guerra fredda, nella periferia centroamericana, Romero visse e predicò la fede. Romero è stato un vescovo in tempi difficili. Pose se stesso e la sua Chiesa, come guida verso la pace, quando non si vedeva lo sbocco politico per il domani. Credeva nella forza della fede: «Al di sopra delle tragedie, del sangue e della violenza, c’è una parola di fede e di speranza che ci dice: c’è una via d’uscita… Noi cristiani possediamo una forza unica». Resta un modello di vescovo fedele. Monsignor Romero fu un vescovo al servizio del Vangelo e della Chiesa. Il suo motto episcopale era Sentir con la Iglesia . La sua priorità: la salus animarum. Alla celebrazione dei nuovi martiri nel 2000 al Colosseo Giovanni Paolo II lo ricordò così: «Pastori zelanti come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, assassinato sull’altare durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico».
Romero fu un martire nell’estrema periferia della Guerra fredda. A trent’anni dalla sua morte, liberi dalle passioni di chi fu coinvolto nella storia di allora, ma non così lontani nel tempo da non poter capire il dramma e l’esemplarità della figura, dobbiamo avere il coraggio di fare i conti con questo martire, che è figlio della Chiesa e che tutto aspettava da lei. Nella storia dello spirito, che scorre profonda oltre la cronaca delle passioni, Romero resta una figura decisiva: perché fu un martire.

giovedì 18 marzo 2010

IN MEMORIAM MARTYRUM

TRE GIORNI DI PREGHIERA E RIFLESSIONE SULLA PASSIONE DI CRISTO E DELLA CHIESA ORGANIZZATI DA “AIUTO ALLA CHIESA CHE SOFFRE”

Prenderà il via venerdì 19 marzo alle ore 10:30 presso la Pontificia Università Lateranense, la seconda Edizione di “In Memoriam Martyrum” la tre giorni dedicata alla passione di Cristo e della Chiesa, promossa dall’Opera di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che Soffre”.
Questa Edizione – che si svolge nel corso dell’Anno sacerdotale – è dedicata, in particolare alla memoria dei sacerdoti martiri. «Quella per il ministero sacerdotale è un’attenzione che ACS ha da sempre, fin dalla fondazione dell’Opera avvenuta nel 1947. Focalizzando su questo la tre giorni 2010, vogliamo sostenere, incoraggiare, consolare i sacerdoti che tuttora, nelle molte zone del mondo dove la Chiesa è perseguitata, rimangono fedeli al Vangelo, senza sottrarsi a rischi che potrebbero richiedere loro anche il sacrificio della vita per Cristo», afferma il direttore del Segretariato Italiano, Massimo Ilardo. A questo tema sarà dedicata la Mostra-filmato dedicata alle figure di 12 sacerdoti martiri che, nelle mattinate di venerdì 19 e sabato 20, sarà proiettata presso la Pontificia Università Lateranense. In programma anche la Via Crucis che si terrà nella basilica di San Crisogono venerdì 19 marzo e, nella serata di domenica 21, la Veglia di preghiera per i missionari martiri organizzata dalla diocesi di Roma nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura e che vedrà anche la partecipazione di ACS, rappresentata da S.E.R. Monsignor Joseph Coutts, vescovo di Faisalabad, in Pakistan.
Monsignor Coutts sarà tra gli ospiti della Conferenza «Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani» che si terrà sabato alle ore 16:00 presso l’Aula Paolo VI della PUL; all’incontro che sarà aperto da S.E.R. Monsignor Rino Fisichella, rettore dell’Università, parteciparanno monsignor Philip Najim, Procuratore per la Chiesa caldea presso la Santa Sede e Jesús Colina, direttore dell’Agenzia di stampa «Zenit». Modererà monsignor Sante Babolin, presidente della Sezione italiana di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”.
Al sacerdote polacco Jerzy Popieluszko è invece dedicato l’omonimo film in programma domenica alle ore 16:00 nell’Aula Paolo VI dell’Università e che sarà introdotto dall’intervento del professor don Tone Presern, assistente ecclesiastico della Sezione italiana di ACS e docente della facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’Università Pontificia Salesiana. Don Popieluszko, eroica figura della Chiesa polacca, fu ucciso nel 1984 dai Servizi segreti dopo essere stato rapito vicino la città di Torun al termine di un servizio pastorale nel quale, per l’ennesima volta, aveva alzato la voce contro il regime che allora governava la Polonia.

sabato 27 febbraio 2010

Miracolo nel dentale

Una giovane dentista folgorata da un fulmine ritorna in vita e racconta il suo viaggio nell’Aldilà

Si chiama Gloria Polo, vive attualmente in Colombia e continua ad esercitare la professione di dentista. La folgorazione le ha lasciato enormi cicatrici sul corpo, ma conduce una vita normale. Adesso è una donna di fede e la Chiesa l’ha autorizzata a raccontare la propria storia, in cui la vita terrena si intreccia a quella ultraterrena, portando a compimento così la missione affidatale da Dio.
Erano le 16:30 del 5 maggio 1995 quando Gloria e il suo cugino ventitreenne furono folgorati da un fulmine vicino a un grosso albero poco distante dall’Università Nazionale di Bogotà dove si erano iscritti per prendere la specializzazione in Odontoiatria. Il cugino di Gloria morì sul colpo, bruciato internamente dal fulmine; ebbe subito un arresto cardiaco e a nulla valsero i tentativi di rianimazione. La sorte che toccò a Gloria non fu più clemente; il suo corpo riportò grosse cicatrici e molti organi vitali (fegato, reni, polmoni e ovaie) furono bruciati in modo gravissimo. La giovane dentista rimase in una situazione di arresto cardiaco, praticamente senza vita, mentre il suo corpo balzava mosso dalle scosse elettriche. Stette così a terra per circa due ore senza che nessuno potesse fare nulla. Solo quando l’elettricità si scaricò fu soccorsa. Allora Gloria riprese conoscenza e fu portata d’urgenza all’Ospedale del Seguro Social dove fu anestetizzata e sottoposta immediatamente a un intervento chirurgico per asportare tutti i tessuti bruciati. Non c’erano speranze per lei perché i reni non funzionavano e, data la severità delle sue condizioni, la dialisi fu considerata inutile. Insomma stava per morire, quando miracolosamente i reni ripresero a funzionare così come i polmoni e il cuore. Le gambe dovevano essere amputate. Mentre ci si preparavano all’intervento si verificò però un’inspiegabile ripresa della circolazione sanguigna. Il fatto destò la meraviglia dei medici di quell’ospedale e uno di loro esclamò che in 37 anni di esercizio della professione non aveva mai assistito a un caso simile. I prodigi continuarono perché, nonostante le fosse stata diagnosticata l’impossibilità di avere figli, un anno e mezzo dopo, Gloria rimase incinta e il suo seno incominciò a crescere, a gonfiarsi e a riformarsi, tanto che poté allattare la sua bambina.
La dentista ricorda di essere giunta, mentre era sospesa tra la morte e la vita, alle porte del cielo, dove si trovava suo cugino, e poi, attraversato il purgatorio, a quelle dell’inferno dove era stata condannata dal Signore; un’esperienza descritta in modo molto realistico e che rappresenta una testimonianza diretta dell’esistenza dei tre mondi ultraterreni. La sua seconda chance di vita non le fu data per i propri meriti ma in virtù della preghiera di un povero contadino, che viveva in montagna, nella Sierra Nevada di Santa Marta. Quest’uomo non aveva di che mangiare, le sue galline gli erano state rubate dagli uomini della guerriglia e il suo raccolto era stato bruciato. Uomo di fede, pregava Gesù e lo ringraziava per la salute e per il dono dei figli. All’offertorio, poiché quel giorno aveva nel portafogli due banconote una da 5.000 e una da 10.000 pesos, diede quella da 10.000. Uscito di Chiesa andò a comprare un pezzo di sapone azzurro (da bucato), glielo incartarono in un foglio del quotidiano O spectator del giorno prima. Su quella pagina, guarda caso, c’era la notizia dell’incidente di Gloria con la sua foto. L’uomo leggendo si commosse e supplicò il Signore di salvare Gloria promettendo che in cambio si sarebbe recato al Santuario de Buga per sciogliere il voto. Questo amore autentico verso il prossimo commosse Gesù al punto da indurlo a perdonare Gloria e a dargli una seconda possibilità di vita per riscattarsi, indicando a tutti gli uomini le cose veramente importanti (il rispetto per i genitori, l’amore e la fedeltà nuziale, l’accoglienza e la difesa della vita, la preghiera, la confessione e l’eucaristia, la riparazione dei peccati) e svelando le menzogne di Satana che con le sue strategie desidera condurci alla perdizione eterna.
Chi vuole, mosso anche da semplice curiosità, può leggere la testimonianza di Gloria che spiega con gli occhi della fede l’importanza del rispetto delle leggi divine e la condanna delle offese commesse contro Dio e contro il prossimo. Esiste, infatti, un opuscolo realizzato a scopo di apostolato dal titolo Dall’illusione alla verità che raccoglie la testimonianza integrale resa da Gloria Polo in una chiesa di Caracas, in Venezuela, il 5 maggio 2005. La traduzione in lingua italiana è stata curata da padre Leone Orlando, missionario Scalabriniano. Questo libretto non è commerciabile ma può essere richiesto, dando liberamente un’offerta, contattando Massimo al numero di cellulare 3319956339 oppure scrivendo una mail all’indirizzo avemariapienadigrazie@yahoo.it.

di Pier Vincenzo Rosiello

lunedì 18 gennaio 2010

Rosarno terra di razzismo? Le violenze contro gli immigrati africani

Le recenti nuove di Rosarno sulle violenze contro gli immigrati suscitano voci appassionate da destra, da sinistra e anche dal mondo cattolico. Tutti sono ansiosi di commentare la notizia del giorno, come se il fenomeno dell’immigrazione fosse un fatto venuto improvvisamente a miracol mostrare. Rosarno non è l’emblema del razzismo italiano – ammesso che esista un razzismo italiano – ma semplicemente l’exemplum di come una cattiva gestione dei flussi migratori possa dare origine a forme di alienazione e di violenza. Non si può tollerare che gli immigrati siano considerati come merce di scambio o unicamente come forza lavoro. Bisogna ricordare che l’immigrato è un uomo, una persona con la sua dignità e che pertanto deve entrare con pari diritti nel nostro tessuto sociale e lavorativo. Ammettere lo sfruttamento di altri uomini, solo per il fatto che non siano cittadini italiani o peggio di sangue italiano – ammesso che esista il sangue italiano – sostenendo ipocritamente che abbiamo bisogno dei poveri immigrati per fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare – come si è sentito dire da più parti anche da coloro che si beano di un’integrazione indeterminata e senza confini – significa segnare una differenza di comodo nella ripartizione del lavoro. Da questo a negare agli extracomunitari, complice la persistenza di innumerevoli situazioni di irregolarità, gli stessi diritti di cui godono gli italiani il passo è breve. Sappiamo bene che ciò avviene già, se non per legge almeno di fatto con il cosiddetto lavoro in nero che ben si intona, tra l’altro, con il colore di alcuni extracomunitari. L’acuirsi di questo fenomeno alla lunga finisce con l’accentuare forme di alienazione e di violenza tra le classi meno agiate, le quali si vedono defraudate del lavoro perché si preferisce sfruttare l’immigrato piuttosto che pagare il candido italiano a meno che anche l’italiano proletario, opportunamente abbronzato sotto il sole, non si faccia sfruttare come l’immigrato. Ma di questo è meglio non parlare perché è scomodo dire la verità soprattutto quando cozza con gli interessi di talune classi abbienti che fondano il loro potere sull’altrui sfruttamento. Se poi spostiamo il discorso dal lavoro alla casa la situazione è simile. L’immigrato può vivere anche in pochi metri quadri insieme ad altre dieci o venti persone o in strutture fatiscenti nella più completa assenza di qualsiasi norma igienica e pagare una pigione complessiva di oltre settecento euro al mese. E mentre gli affitti salgono, forse per colpa della moneta unica o della crisi economica, gli italiani devono adeguarsi alla nuova moda in voga tra gli immigrati europei e non. Non si può accogliere persone senza garantire loro gli stessi diritti e doveri dei cittadini italiani: in primis l’accesso all’istruzione che consenta agli immigrati di conoscere la nostra lingua, la nostra storia e la nostra cultura (comprendendo il rispetto per il Cristianesimo che è ancora la religione più diffusa in Italia), in modo da consentire un’effettiva integrazione. Poi ci si stupisce che in queste condizioni gli immigrati diventino facile manovalanza per la criminalità e per la mafia, tutto questo è incredibilmente deludente. Se non si provvederà a monitorare i flussi migratori, prevedendo magari se il caso anche limiti e regole diversi dal semplice possesso o meno del contratto di lavoro (valido il più delle volte soltanto sulla carta) – un’idea potrebbe essere la verifica, mediante esame pubblico, del possesso di adeguati requisiti linguistici e culturali –, e a provvedere alla programmazione di forme di integrazione il rischio che la violenza legata ai fantasmi del razzismo dilaghi sarà sempre più forte; la mancata integrazione è origine di disordine e di violenza sociale che potrebbero anche esplodere come a Parigi in una rivolta degli stessi stranieri. Del resto la storia insegna che violenza chiama violenza, una spirale che si può sconfiggere solo svellendone profondamente le radici.

Pier Vincenzo Rosiello

A proposito di morale cristiana: lo scontro tra i direttori Feltri e Boffo

La nostra società, sempre meno civile, edonista, individualista e pettegola, in cui domina il relativismo etico e non solo, forse alla ricerca disperata di un’identità si barcamena tra il vero e il verosimile.


E’ questo il tempo dei cantastorie e dei fannulloni, degli ipocriti e degli imbroglioni, dei gaudiosi e dei beoni, dei ricchi e dei furbacchioni, delle prostitute e degli omosessuali, insomma dei baccanali.

La cultura è un’optional dei perditempo, la fede una moda superata, la ragione la causa principale della noia della vita, le regole esistono solo per gli altri e la scienza è l’origine di tutte le disgrazie.

La crisi economica dilaga, mentre quella morale ci ha letteralmente sommersi tant’è che non riusciamo più nemmeno a distinguere ciò che è bene da ciò che è male.

Vogliamo essere trasgressivi senza sapere più cosa trasgredire e pretendiamo di essere liberi senza sapere neppure più esprimere un giudizio.

Il mondo politico, non è estraneo a questo decadimento generale, e i media a volte, nel riportare i fatti acriticamente e staccati dal loro contesto originario, non fanno che peggiorare le cose, soffiando sulla cenere il vento della sfiducia e della disaffezione. Sembra incredibile ma addirittura rischia di precipitare in questo vortice anche il mondo cattolico, da sempre luogo di moderazione e di correttezza.

Sarebbe un errore uno scontro tra istituzioni civili (il Governo, in primis) e Vaticano. Sicuramente i vescovi devono poter esprimere la propria opinione indirizzando i cattolici ai valori del Vangelo di Cristo. D’altro canto lo Stato italiano, per ciò che concerne il governo politico del Paese, deve poter agire in piena autonomia.

Il rispetto è la condizione alla base di ogni convivenza civile, se manca è guerra.

Da qualche giorno è scoppiata la bufera tra Vittorio Feltri, direttore del quotidiano Il Giornale, e Dino Boffo, direttore del quotidiano cattolico Avvenire.

Feltri, a quanto sembra, indignato per i giudizi scritti da Boffo sulle pagine di Avvenire riguardanti alcuni episodi, tirati in ballo dai giornali (La Repubblica in testa), della vita privata del premier Silvio Berlusconi, ha lanciato un attacco a Dino Boffo, arrivando addirittura a parlare recentemente di un decreto penale di condanna da parte del Tribunale di Rieti in cui si accenna a molestie a sfondo anche sessuale, per evidenziare che nessuno è senza peccato e che Boffo avrebbe fatto male ha scagliare la pietra contro Silvio.

Certo su questo bisogna pur evidenziare che la conoscenza del bene non sempre coincide con la virtù, come voleva invece Socrate per il quale la causa del male era l’ignoranza del bene. Altrimenti non esisterebbe il peccato. E neppure la necessità del perdono. Se così non fosse non ci sarebbe stato bisogno dell’Incarnazione del Verbo di Dio per redimerci. Scrive il Sommo Dante nel suo Purgatorio: “State contenti umane genti al Quia che se possuto aveste veder tutto mestier non era parturir Maria”.

I cristiani, e quindi la Chiesa, hanno il sacro santo dovere di condannare il peccato e indicare la via del bene, questo però non significa che i cristiani non pecchino. Purtroppo il peccato esiste perché la natura umana è ancora soggetta al male e alla sofferenza e alla morte. A tal proposito scrive san Paolo apostolo, che la natura geme continuamente per le doglie del suo parto. Perciò non si può ridurre al silenzio i cristiani, perché predicano bene e razzolano male. La Chiesa è in cammino verso il Bene, verso Cristo. V’è una tensione continua del cristiano a fare il bene, anche se molte volte ci si accorge di fare il male (come dice sempre san Paolo). La comunità cristiana esiste appunto per aiutarsi con amore vicendevole, ma anche per ammonirsi a fare il bene e a tenersi lontani dal male.

Anche il Papa, oggi, ha detto che Dio condanna il peccato ma ha a cuore i peccatori. Gesù, in fondo, è venuto per i peccatori, non per i sani ma per i malati.

Facciamo umilmente esperienza dell’amore misericordioso di Dio e saremo degni di costruire una nuova umanità o come diceva Giuseppe Lazzati: “La città dell’uomo”. Ognuno di noi ha ricevuto da Dio la vocazione a costruire il mondo e di questo l’Altissimo ci chiederà conto. Sappiamo farlo con giustizia, onestà e capacità. Senza avere paura di prendere le distanze da ciò che è sbagliato e senza nascondere i nostri errori e le nostre debolezze. Abbiamo tanti esempi di santi che hanno fatto esperienza del peccato (sant’Agostino, san Francesco d’Assisi, la Maddalena) ma poi si sono convertiti e Dio, attraverso di loro, ha fatto beni molto più grandi dei peccati da loro commessi.

Pier Vincenzo Rosiello

venerdì 18 dicembre 2009

Il Cristianesimo non è una decorazione di Natale

Essere cristiani comporta impegni, doveri e scelte radicali di comportamento. Se è vero che la legge suprema è l’amore che ci fa liberi e pur vero che questo amore non è la soddisfazione dei nostri desideri o peggio dei nostri appetiti; l’amore cristiano è fedeltà al Vangelo annunciato da Cristo attraverso la preghiera, la penitenza e il perdono. È questa la chiave che ci apre il Regno dei cieli. Purtroppo il cristiano moderno, colto e postmoderno, pensa che l’amore non abbia bisogno di leggi, un po’ come canta la protagonista della Bohème di Bizet che si è recentemente esibita alla scala di Milano – l’amour est un enfant de bohème il n’a  jamais jaimais connu de lois – e che basti l’amore a giustificarci davanti a Dio. Ma l’amore per essere autentico deve rispecchiare l’armonia trinitaria di Dio ed è dunque una tensione infinita verso la santità: Gesù ci ha detto che dobbiamo essere buoni come buono è il Padre nostro che è nei cieli. L’amore, dunque, è principalmente un dono divino, una chiamata alla santità per rispondere alla quale dobbiamo essere pronti alla rinuncia e al sacrificio allo scopo di preservare questo dono con la nostra fedeltà. Solo se faremo questo potremo gustare la gioia vera e vivere nella vera libertà. Festeggiare il Natale allora non vuol dire emozionarsi davanti all’albero di Natale, tutto luccicante di luci colorate ed esclamare che a Natale si può fare quello che durante l’anno non si può e … non si capisce bene cosa … anche se a pronunciare queste parole sono dei bambini. Sarebbe meglio rispettare l’infanzia, tutelarla dalle violenze di questa società opulenta e corrotta piuttosto che venderla per fare soldi con messaggi pubblicitari … purtroppo ancora oggi sono sempre gli innocenti a pagare per gli adulti … ancora oggi tanti Erodi non esitano a sacrificare i bambini per i propri comodi. Festeggiare il Natale vuol dire adorare il bambino che nasce, la vita che si rinnova, la famiglia umana che accoglie il suo Signore e si riunisce per cantarne le lodi. Davvero il Natale è molto più importante di una bella decorazione, è il giorno in cui la storia umana trova la sua pienezza, in quanto il Verbo divino si incarna, diventa uomo. Adorare il bambino che nasce, il figlio di Dio questo è il Natale.